.......I pensieri trasformano la Terra.

sabato 21 maggio 2011

"Capra! Capra! Capra!"

«Capra! Capra! Capra!» urlò il Super Io dell’Auditel al povero Vittorio, pioniere incompreso della Cultura con la “C” maiuscola, anche lui travolto dalla valanga del berlusconismo videocratico scivolato giù, come un Vajont annunciato. La maschera del Silvio condottiero sbandierata in ogni sua piazzaforte giornalistica, la dice lunga sul muso lungo dei falso-destristi di questo moderno ventennio annacquato, muso che palesa il maldestro tentativo di coprire la verità con ceroni e fondotinta catodici. E la primavera che si sente in giro sta a significare che lo sprovveduto Popolo Italico se n’è accorto, a cominciare proprio laddove nessuno se lo aspettava (o in pochi): Milano e Napoli. I cosiddetti massimalisti hanno vinto la prima partita, dagli ex-rifondaroli, ai populisti dipietristi, ai grillini. E questa orgia di estremismo di sinistra (non me ne voglia il buon Beppe se lo apparento da questa parte) si è rinforzata e coesa proprio grazie ad un estremismo di destra che si è palesato sempre più, provando ad uscire dal cavallo di Troia del moderatismo in cui fino a poco tempo fa si nascondeva: la prima a sbarcare per la crociata è stata la Santanché, quasi un umano ariete da sfondamento.
E non sembra che il PD sia troppo deluso di aver perso le primarie a Milano e tracollato a Napoli. Pure Fassino a Torino pareva spaesato (ha ragione Crozza). Perché?
Tra le braci del popolo comunista che fu ai tempi di Enrico Berlinguer, si sta accendendo un fuoco che cova da anni: hanno tentato di buttarci acqua con pompe a idrogetto per vent’anni ma, evidentemente, non sono riusciti a spegnerle. E coloro che hanno fallito in questo, oggi sono ancora nelle dirigenze PD (Bersani escluso): ma sembra che da tutto ciò siano quasi sollevati, come se gli avessero tolto un peso.
La storia sta travolgendo, partendo dal Nord Africa, tutti gli equilibrismi di opportunità delle sedie al potere, la crisi sta ignudando il carnevale della politica, la gente si sta riappropriando di ciò che gli spetta.

giovedì 19 maggio 2011

Inerzia

Ogni umanità dovrebbe essere deputata alla ricerca del più alto profilo della propria esistenza: invece, siamo tutti piccoli ripiegati in noi stessi e con poche ali a disposizione, spesso di cera. La fascinazione della perfezione ci ferisce e ci mortifica, lasciandoci inchiodati davanti a tale illusione. E alla televisione la nostra vita passa, beata di se stessa e giustificata da una notorietà immaginata ed ignotamente pericolosa. Perciò scansiamo le scomodità, ci rendiamo ridicoli davanti ad una piantina che nasce (e non lo riconosciamo), davanti ai nostri figli che nascono. E a pochi anni hanno già imparato a schernirsi della nostra pochezza genitoriale, ad abituarsi a percorrere la vita senza di noi, a brancolare nell’incertezza con il placito sostegno di ebbrezze artificiali ingurgitate e vissute con drammatica facilità. Lo sciame umano passa su questa Terra senza lasciare un segno che valga l’esistenza, generando progenie per inerzia: ma la fisica ha le sue leggi ed un moto inerte non ha più energia propulsiva. È destinato alla fine, ad uno stop, forse per un nuovo inizio. Forse.

martedì 10 maggio 2011

Meno male che Silvio c'è (stato)

E non è una gufata. È solo un’analisi retrospettiva fatta in un immaginifico futuro prossimo, ma senza date certe. I titoli da fantascienza spesso riportano l’anno, tipo “2045 – fuga da Arcore” (o giù di lì), ma in questo caso non è proprio possibile indicare dov’è lo striscione di arrivo. E nemmeno quanta e quale gente sarà a tifare nella volata finale. In questo crogiolo di metafore a capicollo, il centro del ragionamento è sempre lui: il cavalier Silvio Berlusconi. Chissà perché quando sento queste tre parole in fila (non poche volte), mi appare sempre, e dico sempre, il quadro di Napoleone sul suo cavallo rampante, solo che al posto del volto dipinto dell’Imperatore esiliato, c’è la testa del Silvio, un po’ come quando si sbuca col capoccione dall’ovale ritagliato dal compensato pitturato a guisa di uno sceriffo o di un torero e c’è il fotografo pronto a immortalare una delle immagini di cui ognuno di noi vorrà disfarsi dopo un annetto, divorato dal rimorso e dalla vergogna di aver trovato questo giochino di una qualche innocenza, accompagnato dallo stucchevole pensiero “l’hanno fatto in tanti… ma su, facciamolo che tutto sommato è divertente!”.
Meno male che Silvio c’è stato, si diceva. Guardiamoci un po’ intorno, magari anche negli occhi, noi italianetti del dopo-berlusconia: “Ma guarda il tuo viso! Non ti riconosco più, Paolo!” dice una casalinga (quasi un’umana rara in via di estinzione) al suo maritino: stupita ed attonita, non riesce a riconoscerlo, tanto è cambiato il suo punto di vista. Non se l’aspettava, la Giulia, un così brusco risveglio, un così potente e ondivago giramento di capo, frastornata dalla mancanza di sostegno alle sue certezze, o meglio alle sue  abitudini. Perché si sa, noi italiani siamo tra i migliori sulla Terra ad abituarsi a tutto. Perfino i telegiornalisti faticano a ritrovare nerbo e verve davanti alle telecamere dei loro telegiornali, schiacciati dal grigiore di una telepolitica che non sa più che pesci pigliare per stimolare teleelettori ormai in attesa di un nuovo telemessia. È un Requiem, un finale da preti tipo “la messa è finita. Andate in pace”. Le chiacchere da bar vertono unicamente sul calcio, anch’esso un po’ azzoppato dalla dipartita del noto Presidente rossonero, disteso e nullafacente sulle spiagge di Santa Lucia, tra gli abbracci solari della President Bay e gli abbracci ghiaccini di mulatte prezzolate. E i rubicondi avvoltoi della sinistra ridono in panciolle come dopo una strafogata romagnola a base di tortellini e cinghiale in umido, asciugandosi le labbra unte con un tovagliolo di cencio a quadri bianco e rossi, ricamati col nome dell’osteria. I terzopolisti ingrigiano la loro serietà per renderla ancor più seria e, secondo loro, perciò autorevole, cercando di stare stretti e uniti, “mica come quelli della sinistra che dopo la cena andranno a tramare nella notte, affilando i coltelli del tradimento” (i centristi hanno sempre un po’ il pensare da Bibbia in testa, che ci vuoi fare).
I polverosi lupanari dei mafiosi hanno le ragnatele e i pizzinni si sono trasferiti da tempo nelle banche di tutto il paradiso fiscale della volta celeste, trasformati in buon denaro riciclato ed esentasse, imbiancato da cenere da risucchio nasale, rinfrescato da pale girate da vento inquinato di tangenti, e sommerso dagli scarti immondi della nostra società buttati con disprezzo in abusive cave a cielo aperto.
A gettar così uno sguardo nel futuro, non sembrerebbe che senza il cavaliere si stia tanto bene (“si stava meglio quando si stava peggio!”). Eppure, a ben guardare, ci sono delle belle sorprese.
Intanto Berlusconi ha sdoganato e reso evidente una rivoluzione sessuale che si è consumata e si consuma in questi anni, cheta e a bassa intensità, ma di portata epocale. Un po’ come il movimento femminista che è riuscito a tirar su piante e coglier frutti dopo la sessantottina semina proprio nei nostri tempi, così gli hippy di quarant’anni fa hanno sedimentato il loro ardore ideologico nell’intimità del costume italico senza che questo nemmeno se ne rendesse conto, intento com’era a respingere come stuzzicanti quelle proposte e a bollarle come opera del demonio, lasciando in realtà che la luciferina goduria entrasse sotto le lenzuola della gente perbene. Basta guardare la nuova generazione, questa progenie debosciata eppure così disincantata verso il binomio sesso-amore, come verso il binomio eterosessuale-omosessuale. Questi ragazzi fanno e dicono di fare, alla facciazza dei cinquantenni, magari loro padri, figli dei fiori pentiti. Ed il buon Silvio, avendo una instancabile sindrome da Peter Pan, si è trovato subito a suo agio in queste nuove tendenze (omosessualità a parte, s’intende. O forse quella è ancora repressa? Che a Santa Lucia ci siano anche trans sotto mentite spoglie, opportunamente strette al bacino per fugare ogni sospetto del, per forma mentis, sospettoso Putin, anche lui anziano ospite di quell’ospizio per ricchi?).
Ma le ragguardevoli positività post-berluschine non si fermano qui. La gente, se la intervisti per strada, è come stanca. Non gli parlar più del berlusconismo perché ti vomitano addosso: è proprio che le loro cellule non ce la fanno più a reggere, le loro menti sono ormai in burn-out da qualunque argomento sfiori anche solo di un soffio l’ex beneamato: la videocrazia, il chi-ha-più-danari-comanda, il partito fondato da Pubblitalia, la Padania, le minorenni, i PM comunisti e perciò eversivi, lui piduista e perciò un eroe che ha tentato di portare la vera libertà in Italia, così come il suo stalliere, le barzellette, le corna nella foto, i kapò ancora fra noi, “uno spettro si aggira per l’Europa”, eccetera eccetera.
Ed è così che gli italiani si ritrovano anche un po’ più maturi, anche un tantino più civili, hanno perfino ritrovato il gusto allo studio e la voglia di realizzarsi attraverso il lavoro, si mettono in coda come novelli tedeschi, portano ai Carabinieri un portafoglio smarrito, i Carabinieri non se lo intascano, fanno tutti con diligenza la raccolta differenziata con almeno cinque trespoli di spazzatura per abitazione, rifiutano l’aiuto di un parente per essere assunti in Provincia (incredibile, eh! Trovarle ancora dopo tanto tempo…), protestano veementi verso i loro sindaci perché non hanno riempito il tetto della scuola di pannelli fotovoltaici, votano a tutte le consultazioni con una percentuale da far gridare alla dittatura del proletariato, trattengono a stento le lacrime alla commemorazione della morte di Alda Merini, applaudono con orgoglio quando la nostra nazionale della ricerca scientifica vince i campionati dei finanziamenti pubblici tra gli Stati europei, schiaffeggiano il malcapitato quando, con ingenua tranquillità, dice “tanto qua non cambierà niente”.
Che forse mi sia spinto troppo in là con la fantascienza?
È giunta l’ora: con un ghigno famelico mi richiudo come liberato nel mio sogno rivoluzionario.

sabato 30 aprile 2011

L’ANACRONISMO DEL PD ED IL FUTURO DI UNA EREDITA’ VIVA.

Matteo Renzi scalpita da tempo per togliere il piedistallo a quelle statue che raffigurano (o sono?) gli attuali dirigenti del suo partito. Per adesso si è fermato sul predellino di Firenze, da cui tirare frecciate più robuste e autorevoli verso i marmi di Carrara. La sua parlata strascicata incarna la voglia di rinnovamento di tanti sostenitori piddini, la necessità di facce nuove, di un nuovo capitolo nella storia del più grande (in senso numerico) partito della Sinistra italiana.
Tutto ciò è noto. Al momento, questo non ha scalfito di una virgola l’asset della nomenclatura della dirigenza PD. Ma cosa c’è dietro questa voglia di nuovo? Come mai sembra non bastare la fusione DS-Margherita, operata tra gli altri da chi poi è fuggito in fretta e furia (Rutelli) e da chi è stato affondato dalla sua stessa visione kennedyana, di fatto non approvata dai suoi elettori (Veltroni)?
Perché l’identità del PD torna ricorsivamente a tentare di incarnarsi in un leader che la costruisca, o meglio che ne assembli i pezzi per farla assomigliare, anche asetticamente, a qualcosa di vagamente umano piuttosto che ad un mostruoso, sebben più romantico, Frankenstein?
La risposta mi è suggerita da una delle consuetudini più catastrofiche della nostra società, nello specifico nell’ambito riguardante i rapporti di coppia. Avete presente due fidanzati tipo, da quattro o cinque anni insieme, da due conviventi e sull’orlo di un crisi di noia? Cosa fanno in molti casi per dare una soluzione a questo strascico snervante e ammorbante? Si sposano.
Ecco, i DS e la Margherita mi pare abbiano fatto lo stesso, innescando una nuova ulteriore faticosa indefessa marcia con il fango fino alla cintura, senza sapere neppure dove stavano andando.
In questo senso il PD non rappresenta proprio niente di nuovo, raffigurato su questo piano sociologico a forma di matrimonio. E proprio come ogni buon matrimonio all’italiana che si rispetti, non mancano gelosie, ceffoni, piccole punture per piccoli dolori vendicativi, sceneggiate, bugie, tradimenti, ecc.
Come in un reality show, questa quotidiana anacronistica commedia delle parti è sotto gli occhi di tutti. E, visto che non bastava, arrivano anche gli altri partiti della corazzata anti-premier per fare di tutto ciò una bella famiglia allargata, un’orgia di compromessi, faticosa quanto disomogenea e difficilmente vincente. Meno male che almeno una parte di questa armata Brancaleone sta tentando di creare il famigerato “Terzo Polo”, che sembra tanto il titolo di un romanzo di Ken Follett. E forse questa è la cosa davvero più innovativa degli ultimi dieci anni: scardinare il fasullo bipolarismo italiano, rompere ipocrisie e maschere elettorali ed avviare la costruzione di un soggetto di centro che non sembri un po’ destra, né un po’ sinistra. E, appunto, la Sinistra che fine farebbe? È certo che se il terzo polo decollasse, diversi piddini non avrebbero motivo di resistere ai richiami melliflui da sirena del buon Rutellone che da là tenderebbe mani, braccia e pinna.
Ma, come il divorzio per la coppia sopra descritta sarebbe un male foriero di due nuove vite potenzialmente migliori (non me ne voglia Giovanardi), così la Sinistra avrebbe davvero l’opportunità di darsi un’identità nuova, con buona pace di Renzi.
Un avvertimento però: la Sinistra non può lasciare le massicce e radicali eredità politiche vive di Enrico Berlinguer, prima e Tom Benetollo poi. Il nuovo e le nuove facce, le loro proposte, la loro agenda, i loro DNA politici devono nascere da lì: altrimenti è bene che si facciano da parte subito.
Nel frattempo, teniamo il lapis elettorale in una mano e con l’altra turiamoci il naso per non odorare questo groviglio di politicanti ficcatisi da soli nel cestino dell’organico per inseguire miopi e sterili convenienze personali o di rappresentanza.

martedì 26 aprile 2011

Trecento euro

Me ne stavo andando su un marciapiede in città, quando intercetto non volendo una chiacchera tra due signore: “.. e quindi mi ha detto che le analisi andavano bene, mi ha fatto un po’ di controlli e dopo tre quarti d’ora avevo già finito”. E l’altra: “Ah, meno male. Certo, ha fatto presto! Bisognerebbe che anch’io facessi un po’ di controlli… quanto ti prende a visita?”. Risposta:”Trecento euro”. L’altra:”Accipicchia! Mi sembra un po’troppo. Io non c’andrei… ma comunque fa bene, finché c’è chi glieli dà, fa bene!”.
Cammino per qualche metro per la mia strada, incurante di tutto ciò. Poi, d’improvviso, mi sorge un pensiero dallo stomaco, e mi fermo. No, non fa bene a chiedere trecento euro per una visita: quel dottore sbaglia, è bene dirselo. Non è eticamente giusto chiedere quella cifra per una visita: da un punto di vista opportunistico è perfettamente coerente, ma da quello etico no. E io da un dottore mi aspetto etica (e non solo da lui), perché sta lavorando per la mia salute. Da italiano, mi sono rotto le scatole di sentire giustificato qualunque comportamento egoistico come perfettamente tollerabile. Penso che sia solo un atteggiamento solidale fra italiani (e non) l’unica ancora di salvezza in questa catastrofe triviale che è la nostra società. Occorre esercitarsi a grattar via dalla nostra pelle quel marcio incrostato che è l’abitudine all’approfittarsi, al farsi gli affari propri in ogni modo e più lucrativamente possibile, alla mancanza di scrupoli. È un po’ come il pregare: è un esercizio all’introspezione, al dialogo spirituale, al concedersi del tempo per se stessi, per la propria crescita, per il proprio benessere, quello vero. Quanto quel dottore starebbe meglio, quel giorno che invece di intascare (magari esentasse) mille e duecento euro per quattro visite in mezza giornata, ne chiedesse cinquanta a visita (cioè molti) ritrovandosi davanti facce soddisfatte e grate, invece che contrite e tristi, perché forse un terzo del loro stipendio se lo sono “giocato” in nemmeno un’oretta?
Certamente questo dottore è solo un esempio: il suo comportamento è perfettamente rintracciabile in modalità, qualità e quantità diverse anche in molti di noi.
Un atteggiamento più leggero e meno attento al tornaconto in denari, sono convinto ci porterebbe ad un tornaconto in qualità di vita sicuramente più vantaggioso.
In lontananza, mentre scrivo queste ultime righe, le campane suonano a festa e mi sembra che approvino con un sorriso.

venerdì 15 aprile 2011

Amore

L’amore è un’attitudine curiosa, sia in senso passivo che in senso attivo. Mi spiego meglio: l’attitudine “amore” è curiosa perché si distingue da tutte le altre attitudini proprie dell’esistere per particolare incapacità razionale, abbondante interazione corporea a mezzo endorfinico, similarità con un certo effetto addolcente della marijuana. È un’attitudine curiosa anche perché vuole sempre indagare il bersaglio di Eros, non si accontenta mai di restare dov’è, nell’incertezza, nel limbo: o inferno o paradiso, quel che sia, sia. E già che ci siamo l’attitudine curiosa vuole sapere un po’ di più, vuole conoscere tutte le facce, gli specchi, gli inganni, gli entusiasmi. E in questo senso è un’attitudine curiosa attiva.
Ma questo anelare al raggiungimento dello stato di innamoramento dove ci porta? Le strade che imbocchiamo per questo scopo sono le più svariate dai risultati più diversi fra loro: si va dall’anima gemella alla più atroce non corrispondenza di intenti fra te e il potenziale amore della tua vita.
E in ogni caso, la maggior parte di noi, per discendenze culturali, quando ama l’altro, desidera anche l’altro, cioè l’altro diventa anche obiettivo di attaccamento, diventa un oggetto di desiderio.
Ma allora se un oggetto lo desidero, tento di entrarne in possesso. E il possesso è un esercizio di potere.
Accidenti! Ma perché sporcare la cosa più bella che ci resta a noi umani sciagurati con il possesso ed il potere? Ragioni culturali, appunto? Merita senz’altro cercare una risposta con un’introspezione individuale, profonda.
Riusciremo ad amare qualcuno senza la voglia di possederlo, di averne qualche pezzo in esclusiva?
Forse è un’utopia, ma un’utopia non è affatto irraggiungibile: è lontanissima ed infinita, ma il tenderci ci renderebbe, credo, gente migliore.

Cristalli di sole
mi spiegano le ali
imparo un amore
e mi scopro a volare.

(“Silenzio”, da “Appunti ai Naviganti – tra terra e mare” di Fabio Artigiani, Pascal Editrice, Siena, 2009)

mercoledì 13 aprile 2011

Possesso

“Le mie catene ti possiedono”, pensò Marco in un attimo di pura consapevolezza delle proprie debolezze. Adele, la sua fidanzata, lo guardava con quell’aria a metà, tipica sua, che la rendeva più indecifrabile di una Monna Lisa. Ma lui non accennava a dare risposta, non voleva rivelarle il suo pensiero.
Perché? Proviamo a cercare di scoprire perché Marco non vuole dire alla sua fidanzata Adele “le mie catene ti possiedono”. E cosa vuole dire questo pensiero?
Come reagirebbe Adele a questa frase? Beh, probabilmente lei, da buon spirito libero, avrebbe dapprima un senso di fastidio, poiché sentirsi posseduta da qualcuno non le piace proprio, figuriamoci dalle catene di qualcuno! E cosa sono queste catene pensate da Marco come una sorta di tentacoli che, dotati di vita propria, avvinghiano Adele in una stretta morbosa?
Marco avanzò verso di lei. La strinse forte come si fa con un pupazzo di pezza quando, da bambini, sentiamo il temporale da sotto le coperte. È come se le chiedesse di aiutarlo. Adele lo spinse via, sentendo che qualcosa di quell’abbraccio non le apparteneva, che non c’era una spontanea comunicazione affettiva ma qualcosa a lei sconosciuto.
Marco s’infilò i suoi occhiali da sole e sparì sgommando con il suo SUV.
Spinse l’acceleratore in maniera inconsueta, affondando il pedale nella sua ferita. La velocità ed il rischio gli facevano sentire come un riappropriarsi della vita, come una pasticca che ti culla, che ti fa sentire di esserci: se rischio la vita, allora vuol dire che vivo.
Più Adele gli sfuggiva al controllo, più lui la desiderava; sentiva quelle piccole ferite come un segno di forza di Adele, come una madre che ti schiaffeggia per rammentarti “tu sei mio!”.
Miracolosamente illeso (e con lui gli astanti momentanei contingenti alla sua fuga a tutta velocità), scese dall’auto, in mezzo ad una spiaggia e si piazzò davanti al mare.
Come un imperatore, respirò il sale che il suo orizzonte produceva e si sentì di nuovo il potente creatore del suo destino. Mentre lui guardava il sole a picco sul mare infrangersi e diluirsi in una macchia arancione come il fuoco, una lente oscurata lo proteggeva dai raggi UV, lo proteggeva da una visione troppo chiara di se stesso: quel pensiero avuto all’inizio aveva tutte le intenzioni di spingersi più in là, ma Marco, o la mente di Marco, non lo permise. Almeno per un po’.

giovedì 31 marzo 2011

Pacco bomba a Livorno: vergogna.

"Ecco i risultati del clima di odio contro il governo e le istituzioni: il terrorismo rialza la testa e si fa sentire con un pacco bomba alla caserma della Folgore, colpendo giovani che sono in prima linea in Italia e nel mondo nella battaglia per la libertà". A sostenerlo è il sottosegretario alla Giustizia Elisabetta Alberti Casellati che, in una nota, avverte: "O ci si ferma subito o il nostro Paese rischia di scivolare verso una deriva pericolosissima, di cui saranno responsabili tutti coloro che, non riuscendo a vincere alle urne, cercano di abbattere il governo voluto dal popolo con insulti, bugie e attacchi giudiziari" (dali sito di Repubblica.it del 31-03-2011).
Vergogna. Per chi, vigliaccamente, ha consegnato un plico esplosivo per proporre criminalmente una propria idea. Per chi, cinicamente, ci si butta a pesce per strumentalizzare una disgrazia a fini politici.
Fate schifo, sappiatelo, sentitelo, odoratelo.

sabato 26 marzo 2011

La pappa in capo

L’Italia, dopo la sbornia del 150° anniversario della sua nascita, è bene che si ridimensioni a quella che è. Ci hanno raccontato fin dalle elementari che noi siamo una della più forti nazioni al mondo (allora la settima potenza industriale); negli anni ’60 abbiamo vissuto un boom economico straordinario e gli italiani hanno cominciati ad arricchirsi, dopo i magri anni della guerra.
Ed oggi, cosa siamo? Chi siamo? Ad una rapida ascesa nelle accumulazioni di capitali, non c’è stata un’altrettanto rapida ascesa culturale: ma nemmeno lontanamente. Chi un minimo ha viaggiato in Europa anche solo come turista lo può sapere: non c’è il ben ché minimo paragone con stati a noi vicini come Francia, Germania, Inghilterra e finanche la Spagna. E la cultura non si misura solo con  musei, chiese, monumenti, architetture, produzioni letterarie, ecc., ma soprattutto con la capacità dei cittadini di discernere tra il bene ed il male  per la collettività, con la capacità di essere liberi e di far rispettare questa condizione nel tempo, con la capacità di difendere senza indugio alcuno la propria dignità come popolo, come identità culturale, come persona.
Secondo voi, noi come siamo messi? Davvero pensate che i vostri danari bastino a comprare la vostra dignità? No, serve la cultura, nient’altro.
Mi ricordo un mio vecchio professore di disegno che avevo in prima superiore, all’Istituto Tecnico, vicino alla pensione. Era di quelli che ti faceva ancora alzare in piedi quando entrava e potevi sederti solo quando lui, da dietro la cattedra, dopo essersi tolto il cappello, aveva guardato negli occhi ognuno di noi, accomodandosi poi sulla sedia. Un giorno, alla fine di una lezione, durante un piccolo dibattito avvenuto in aula ci disse: “Ricordatevi di studiare e di approfondire la vostra cultura, perché è solo con la cultura che non riusciranno a mangiarvi la pappa in capo”.
I comunisti in Italia c’hanno messo vent’anni per credere che quello che accadeva nella Russia del “sol levante” non erano balle, ma la verità. Oggi, quanto ci metteremo a capire che il narcisista Silvio Berlusconi ha davvero mangiato e mangia la “pappa in capo” a milioni di italiani?

domenica 20 marzo 2011

Moderni Kamikaze

Coloro che stanno attorno ai reattori nucleari esplosi per tentare di spegnerli, sono come moderni kamikaze. Si gettano in picchiata verso la morte, per la patria, per la gente. Le radiazioni che si prendono oggi con tutta probabilità li uccideranno domani. Al grido di “banzai!” stanno cercando il modo più veloce per porre fine alle emissioni radioattive.
Coloro che hanno provato a liberare la Libia dalla stretta strangolatrice di Gheddafi, da ribelli, sono come moderni kamikaze. Hanno combattuto sapendo di soccombere senza un aiuto esterno: hanno sperato e sono morti, provando a portare la libertà, concedendo in dote il proprio corpo, un po’ come certe signorine dalle nostre parti. Ma qui il denaro non c’entra niente.
Qual è il comune denominatore dei kamikaze? Qual è l’etica dei tuffatori suicidi? E come mai non suscitano quell’ammirazione mondiale che ci si aspetterebbe in gran quantità?
Perché gli specchi talvolta fanno male. Le nostre vite si riflettono nel loro agire e ci fanno sentire piccoli, anche un po’ spauriti, disarmati, sorpresi. E forse qualcuno non ha gli strumenti per riuscire a guardarsi negli occhi attraverso quegli specchi: il coraggio s’impara, infatti, solo nel buio delle nostre paure, esplorandole, vivendole.

venerdì 18 marzo 2011

Cuori nucleari

Non credo ci sia della noncuranza dietro la decisione di rischiare le vite di migliaia di persone pur di far fruttare denaro con delle centrali nucleari obsolete. Non è possibile che i detentori del potere non sapessero della gravità della decisione che stavano prendendo. Forse è codardia, oppure l’incapacità di andare contro forti e stringenti interessi economici, come se questo fosse il peggiore incubo che una mente umana possa affrontare nel suo profondo. Credo piuttosto che sia una dipendenza dall’accumulare denaro e potere. E la dipendenza è talmente alta che tali personaggi non hanno la forza di contraddirla, di vincerla, di fare uno scatto decisivo di amor proprio. Già, “l’amor proprio”… essenziale per avere amore per gli altri. E l’amore per gli altri è essenziale per chi siede in posti di potere che, in teoria, sono il luogo delle decisioni nel nome e nel bene della collettività.
Chissà come si sente il premier giapponese, adesso, e tutti quei funzionari custodi del denaro che siedono sulle poltrone di grandi aziende di energia elettrica? Proviamo ad entrare nelle loro scarpe: quale aridità glaciale dovremmo sopportare? Il nostro cuore reggerebbe? Quale reale disperazione del vivere, o meglio del sopravvivere alle proprie debolezze?
Non odio, per favore: le guerre di frontiera tra buoni e cattivi lasciamole fare a loro.
Rinchiudiamoci nelle nostre quotidianità amorose, salvaguardiamole come le più importanti fonti di energia: se esplodessero i nostri cuori nucleari, sarebbe davvero la fine della nostra civiltà.

mercoledì 16 marzo 2011

“Noi siamo un paese senza memoria.

Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi,

i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni.

Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è.

In cui tutto scorre per non passare davvero.

Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale”.

Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, 1975

venerdì 11 marzo 2011

Onde di fuoco

Come lame d’acqua, la massa azzurra e terribile ha invaso la terra di Giappone. Chilometri di affondo, con il fuoco a pelo d’acqua, magazzini e case galleggianti in fiamme. Un abbraccio morboso e devastatore, dispersore di civiltà e strutture, di vite e sogni.
Lo Tsunami ha lasciato a terra le nostre possibilità di volo, a Sendai.
Stiamo vivendo giorni di terremoti, dal nord Africa, al medio-oriente, al Pacifico. La Terra trema, trasformata dai pensieri, come in Libia, Tunisia, Algeria, Yemen, Egitto. Trasformata dal magma in movimento nella profondità del nostro esistere, come per il nostro più grande mare.
Trasformazioni.
E la nostra identità umana vacilla e spera, forse si rafforza, forse si abbandona alla paura, allo sconforto.
Le nostre attenzioni si facciano vicine e di calore, resistenti agli urti della Natura, disposte all’accoglienza di chi vuole cambiare.

sabato 5 marzo 2011

Le armi statali ed un'utopia

Propongo una campagna per l’adozione di una normativa europea che vieti la produzione di armi da parte di privati. Ogni stabilimento che fabbrichi armi dovrà essere totalmente pubblico e dovrà avere, quindi, solamente clienti statali. Così, in Europa non si potranno più fabbricare armi che non servano esclusivamente Stati riconosciuti. Ogni ente pubblico che gestisca la produzione statale di armi dovrà avvalersi di una certificazione che obblighi lo stesso alla vendita esclusivamente ad apparati militari di Stati non di regime, ma eletti democraticamente con voto. Non possono perciò essere ammessi tra i clienti Stati a conduzione politica monarchica o militare, di nessun tipo. Dovranno essere previsti forti incentivi per la riconversione delle attuali industrie private, che non vogliano accettare una ragionevole offerta di acquisto da parte dello Stato, aumentandoli se la riconversione verte sulla produzione nell’ambito delle energie alternative.
Pensiamo a costruire energia gratis, rinnovabile, non armi per le bande armate africane!
I più atroci genocidi avvengono perché teste invasate dalla violenza subita, vengono armate da commercianti e industriali senza scrupoli. I massacri perpetrati nel mondo da bande, milizie, eserciti illegali e non, sono centinaia ogni giorno e mettono in ginocchio interi Stati, creano la fame, mutilazioni, personalità violente e violentate, odio e rancore impastati e cementati dai proiettili, dalle bombe, dalle mine, dal fanatismo, dal fondamentalismo. Dal terrore.
Le armi hanno un solo scopo: distruggere. Qualsiasi arma. Ma il distruggere in sé non è male: dipende dallo scopo della distruzione. Se distruggo la vita di un animale perché ho fame e devo mangiarmelo, non è male. Se distruggo la vita di una persona perché ne ricavo denaro, invece è male. Sarà un ragionamento banale, ma chi vende armi non ragiona così: è bene focalizzarlo.
Anche perché il culmine di tutti i discorsi, scritti e pensieri intorno alla guerra è sempre il denaro. Ormai da strumento dell’economia è diventato il padrone: è l’economia uno strumento del denaro. Ed ha reso strumentale alla propria proliferazione anche l’animo umano di molti al mondo.
Siamo noi che usiamo il denaro o è il denaro che usa noi? E il denaro è in definitiva un costrutto mentale, perché il foglio con la filigrana dentro non ha alcun valore intrinseco: lo ha solo perché noi decidiamo di darglielo. Basta un numero stampato sopra con uno zero in più che la sua appetibilità sale vertiginosamente: ma come ci siamo ridotti? Schiavizzati da un zero o più zeri sul conto corrente? E il sole che sorge la mattina con tutta la sua meraviglia chi lo guarda? Pensate davvero che si può bramare al denaro e vivere la vita nella sua pienezza? Lo pensate davvero? Allora siete già schiavi, magari con uno yacht alla fonda a Porto Rotondo. Oppure senza yacht, che è anche peggio.

mercoledì 2 marzo 2011

Il corpo e Facebook

Nei primi anni novanta, ero un appassionato di giochi di ruolo. In particolare ce n’era uno (e mi sa che esiste ancora) che si chiamava “Cyberpunk 2020” ed era ambientato nella fantascienza  narrativa creata da William Gibson e Bruce Sterling. Solo dopo anni apparve la trilogia di “Matrix” su grande schermo.
Il tema più intrigante di quel gioco di ruolo era la realtà virtuale e i giocatori potevano impersonare hacker che si connettevano alla rete fisicamente, attraverso dei cavi abbracciati al loro sistema nervoso che sbucavano direttamente dal corpo. A ricordarlo oggi, sembra una novità da poco, ma all’epoca era molto figo.
Non mi sembra che ci siamo andati tanto lontani. Mi spiego.
Prendiamo Facebook: i contatti che puoi avere con le altre persone sono “virtuali”, cioè non sono “di persona”. Le conoscenze di altre persone avvengono attraverso la visione di foto, la lettura di descrizioni scritte, le conversazioni mancano del timbro della voce, delle posture e di tutto il corollario non verbale del nostro comunicare: a buon diritto quindi possiamo definire perciò questi scambi “virtuali”. Poi succede che due persone si danno appuntamento davvero, live. Ecco che entra in scena il corpo: come per gli hacker del cyberpunk, la fisicità è collegata alla virtualità, i cavi sono le nostre mani sulle tastiere, il mutuo scambio tra questo due mondi diventa la nostra vita. Ed è proprio qui l’aspetto secondo me più interessante, antropologicamente dirimente tra un’era pre-virtuale e post-virtuale: non c’è più il confine, non c’è un momento in cui ci si “stacca” dalla rete, dai social network, raggiungibili tramite dispositivi portatili sempre a portata di mano. I nostri “amici su Facebook” li abbiamo interiorizzati, potremmo, in molti casi di fruitori abituali, citare a memoria tutte le foto postate in rete e pure quali tags hanno su, chi ha detto cosa: “ti ho letto su Facebook”, “ci becchiamo su Facebook”.
In sé la cosa non è poi tanto male, l’importante è esserne consapevoli. Nel gioco di ruolo, tu che impersonavi un hacker sapevi perfettamente che stavi collegando il tuo corpo ad una macchina da comunicazione, da esplorazione, e ne conoscevi tutti i rischi: la fine più probabile che potesse fare un hacker in quel gioco era ritrovarsi col cervello “fritto” da un virus rintanato in qualche difesa di un database che aveva come effetto una manipolazione hardware del computer dell’hacker, in modo che la corrente sbucasse potente dai cavi su su fino al corpo. Nell’epoca dei social network la faccenda si fa più sottile, meno evidente: i cavi non ci sono, ma i rischi di friggersi sì. Quando si dice questo, subito in molti fanno la faccia schifata e snobbano la questione, liquidandola come la solita ramanzina sulla pericolosità dell’uso della tecnologia, di solito fatta da chi la tecnologia non sa nemmeno dove sta di casa. E a volte è vero. Ma varrebbe la pena comunque interrogarsi se sia la rete ad averci irretito oppure siamo noi i pescatori protagonisti del nostro navigare virtuale.
Perché nel primo caso non mangeremo mai pesci, riusciremmo con grossa difficoltà ad individuare il confine tra virtuale e reale e a varcarlo da una parte all’altra solo quando ne abbiamo voglia (e non  bisogno), quindi anche ad incontrare dal vivo persone senza avere un continuo rimando a come veniva “su Facebook”. Nel secondo caso, invece, i pesci ce li mangiamo, li digeriamo, li facciamo nostri e ne sfruttiamo le proprietà energetiche: il social network diventa allora uno strumento efficace per gestire i propri contatti, le proprie amicizie, per farne di nuove e non uno scudo dietro cui parare le proprie paure, le proprie difficoltà.
Il rischio è proprio quello di non denudare al sole ciò che siamo, di non confrontarci, di non scambiare le pelli. E nemmeno di rischiare mai di “perdere”, per certi versi… che poi è l’unico modo per “vincere”.