.......I pensieri trasformano la Terra.

giovedì 21 luglio 2011

Genova 21 Luglio 2001

Io ero a Genova, il giorno dopo l'uccisione di Carlo Giuliani.
Mi ricordo che sul pullman da Pisa pareva di essere in una gita di scuola, nonostante il timore di non sapere cosa avremmo trovato lì.
Mi ricordo che andavamo in corteo e c’erano tante risate e tanto caldo: gli abitanti genovesi, nonostante il caos di quei giorni, ci spruzzavano acqua dai terrazzi per rinfrescarci. Qualche prete ci salutava complice da dietro il portone della propria chiesa.
Mi ricordo che si mangiucchiava qualche panino improvvisato, comprato nell’unico negozio aperto preso d’assalto molto ordinatamente: quel gestore ci avrà benedetto non so per quanti anni.
Poi, d’improvviso, ci troviamo davanti una schiera di poliziotti; ci giriamo e c’erano anche dietro. Poi apparve un elicottero che volava a non più di 20 metri sopra le nostre teste, sparandoci addosso lacrimogeni dall’alto. Non avevamo alcuna via d’uscita, rischiavamo il massacro, quando cominciarono a manganellare le prime file: non capivamo perché. Poi abbiamo visto venire i black block che lanciavano pietre ed abbiamo capito con chi ce l’avevano: peccato che a sanguinare eravamo noi, con le braccia alzate per far capire chi dover beccare, senza riuscirci. Solo la mediazione di una rappresentante politica con le forze dell’ordine riuscì a creare un varco tra la polizia per farci defluire sotto gli sguardi minacciosi di quei visi contriti e protetti.
Con un mio amico ci defilammo in una strada traversa, ma non bastò. Ad un certo momento sentimmo da lontano grida e rumori in avvicinamento. Fu un attimo: riuscimmo a ripararci in una corte privata, prima che lo sciame dei black block arrivasse di corsa dietro di noi, inseguito dai poliziotti. Vedemmo una jeep incendiarsi, cassonetti divelti, vetrine infrante: che c’entrava questo con noi? Sbucammo fuori quando rimase per strada solo la polizia. Ingenuamente, ci sentimmo al sicuro e chiedemmo ad un poliziotto quale percorso si potesse fare per non incappare in incidenti e pericoli, per tornare alla piazza dove ci aspettava il pullman.
Ci squadrò: capì che eravamo del corteo, ma che eravamo innocui. Ci urlò di andarcene subito: lì per lì rimanemmo a bocca aperta, presi di contropiede da quella reazione inaspettata. Ce lo ripeté con più vigore, agitando il suo bastone nero. A quel punto capimmo e ce ne andammo speditamente.
Da sopra un terrazzo, un signore ci chiamò e ci invitò a salire. La sua aria dava fiducia ed avevamo un disperato bisogno di aiuto: dopo una breve occhiata fra noi, decidemmo di salire. Appena entrati, ci accolse sua moglie e suo figlio, con problemi celebro-motori. Davanti ad un salutare caffé (al mio amico era venuto nel frattempo un comprensibile mal di testa e gli portarono pure un'aspirina), il signore ci raccontò dei suoi trascorsi stalinisti e di come era Genova un tempo. Dichiarandoci spersi, si offrì di accompagnarci in auto fino al pullman. Accettammo col cuore in mano. Mille ringraziamenti, signore, fu proprio un angelo, lei e la sua famiglia. Ma forse lei preferirà un "grazie, compagno. Saluti fraterni".
Ritengo che non ci siano eroi di nessun tipo a Genova.
Solo una grande occasione mancata.

lunedì 13 giugno 2011

Hanno vinto gli italiani

No, cari partiti. No, cari segretari. No, caro governo. No, cari astensionisti.
Stavolta non ha vinto una parte politica o gli anti-berlusconisti: stavolta hanno vinto gli italiani.
Il 57% è andato a votare per scegliere sul proprio futuro, per esprimere la propria opinione su temi ben precisi e di primaria importanza come direzionare la politica ecologica di questo paese, la politica energetica, la politica della distribuzione delle risorse, la concezione della giustizia.
Soprattutto chi sta nei partiti di sinistra deve raccogliere questo messaggio forte e fare il mea culpa sulla rotta seguita in passato, che voleva proiettare il proprio popolo verso la modernità del liberismo.
Ma tutto lo scenario partitico dovrà fare i conti con un messaggio chiaro e forte arrivato da queste votazioni: noi siamo una cosa e voi un'altra. La fine del berlusconismo porta con sé anche un inizio di presa di coscienza del popolo italico di essere cosa diversa dai propri rappresentanti.
Come a dire: “ora basta, è finita la pacchia. Stavolta decidiamo noi, vi teniamo d’occhio”. O, per dirla col Vasco nazionale “Noi siamo ancora qua”.

martedì 7 giugno 2011

Il no ad "Annozero": un danno ai soldi pubblici.

Nella storia delle aziende pubbliche italiane ci sono state tante cattive gestioni del nostro denaro.
E tutt’oggi, nonostante le poche ma importanti dismissioni, continuano. Non ultima quella recente della Rai. Ora, io cittadino italiano che paga queste aziende e si aspetta che rendano qualcosa in termini di profitto e relativo guadagno da parte delle casse pubbliche, o che rendano qualcosa in termini di servizi, se mi si palesa uno spreco dei denari che io “investo” (senza però la possibilità di scegliere se farlo o meno), o una cattiva gestione dei miei interessi come cittadino, che faccio?
Non so voi, ma io m’incazzo e perciò protesto. E chiedo che vengano cambiati i manager che hanno avuto fino a quel momento le leve del potere di quell’azienda.
Nello specifico del caso Santoro che mi ha sospinto a questa riflessione, che modo di gestire il mio denaro è mai quello per cui il maggiore finanziatore delle casse pubbliche di Rai Due viene escluso dal palinsesto? E dovrei pure stare zitto? Eh, no, stavolta no, perdìo. Il governo opera dei tagli col machete in tutti i settori pubblici, azzoppando servizi in ogni dove in nome della riduzione agli sprechi: quando c’è chi, invece, ci porta guadagno, i dirigenti Rai lo fanno fuori?
Sono ovvissime le ragioni politiche di tale comportamento: ma il nostro silenzio di fronte a questo sarebbe un insulto a noi stessi, alla nostra intelligenza, alla nostra dignità. Non si può permettere di farci prendere in giro in questo modo sfacciato e tacere.
Per questo chiedo di mandare e-mail, commenti nei blog di personaggi istituzionali, messaggi su Facebook, fare dichiarazioni pubbliche di dissenso e, se questo non servisse a niente, boicottare Mediaset. “Mediaset?”, mi domanderete, “che c’entra Mediaset?”. Perché credo che boicottare la Rai servirebbe solo a fare il gioco di coloro che vogliono veder calare a picco gli ascolti della televisione di Stato. E poiché il maggior concorrente privato è in mano alla famiglia Berlusconi che ha orchestrato questa operazione anti-Annozero ai danni dello Stato, non vedo perché dovremmo boicottarci per conto nostro, quando abbiamo giusto a tiro di telecomando il responsabile di questo ennesimo scempio.
E poi (Staffelli e Ricci state in ascolto), la Lei un bel tapiro se lo meriterebbe proprio…

lunedì 30 maggio 2011

Le amministrative e l'italiano medio

Che cosa strana. E’ come quando ti rendi conto di esserti sobbarcato un peso, una responsabilità, solo quando te ne liberi. Hai un frizzante piacere alla nuca ed un senso di rilassatezza sulle spalle.
Ecco, queste elezioni amministrative le rappresenterei un po’ così, tra il somatico ed il politico, tra la fisicità, entrata in maniera dirompente sulla recente scena elettorale, ed un nuovo senso della legalità, vera protagonista di questa stagione.
Che sia questo lo schiaffo che segna il risveglio dal ventennio videocratico? Vuoi vedere che tutto questo attaccare la cultura ha cominciato a far attaccare l’italiano medio alla cultura?
Penso che tutto ciò sia il sintomo di una crescita di Popolo, spinta anche dai moti d’Africa, di recente sostenuta dalla Spagna, fertilizzata dai clandestini sui barconi, tenuta stretta dai festeggiamenti sul 150°, disciplinata da una voglia di efficienza e civiltà germanica sempre più pressante, specie al sud.
Gli italiani hanno una vocazione europea molto più dei governanti italiani e non, molto più dei grandi gruppi bancari che hanno creato la moneta unica: questa nuova primavera segna una svolta nell’approccio all’italianità, che mutua dai popoli europei un miglior senso civico e un più coeso senso di appartenenza, che ci faccia sentire cosa a se stante da chi ci governa.
Non culliamoci, però, troppo sugli allori: la strada è ancora lunga ed impervia.

sabato 21 maggio 2011

"Capra! Capra! Capra!"

«Capra! Capra! Capra!» urlò il Super Io dell’Auditel al povero Vittorio, pioniere incompreso della Cultura con la “C” maiuscola, anche lui travolto dalla valanga del berlusconismo videocratico scivolato giù, come un Vajont annunciato. La maschera del Silvio condottiero sbandierata in ogni sua piazzaforte giornalistica, la dice lunga sul muso lungo dei falso-destristi di questo moderno ventennio annacquato, muso che palesa il maldestro tentativo di coprire la verità con ceroni e fondotinta catodici. E la primavera che si sente in giro sta a significare che lo sprovveduto Popolo Italico se n’è accorto, a cominciare proprio laddove nessuno se lo aspettava (o in pochi): Milano e Napoli. I cosiddetti massimalisti hanno vinto la prima partita, dagli ex-rifondaroli, ai populisti dipietristi, ai grillini. E questa orgia di estremismo di sinistra (non me ne voglia il buon Beppe se lo apparento da questa parte) si è rinforzata e coesa proprio grazie ad un estremismo di destra che si è palesato sempre più, provando ad uscire dal cavallo di Troia del moderatismo in cui fino a poco tempo fa si nascondeva: la prima a sbarcare per la crociata è stata la Santanché, quasi un umano ariete da sfondamento.
E non sembra che il PD sia troppo deluso di aver perso le primarie a Milano e tracollato a Napoli. Pure Fassino a Torino pareva spaesato (ha ragione Crozza). Perché?
Tra le braci del popolo comunista che fu ai tempi di Enrico Berlinguer, si sta accendendo un fuoco che cova da anni: hanno tentato di buttarci acqua con pompe a idrogetto per vent’anni ma, evidentemente, non sono riusciti a spegnerle. E coloro che hanno fallito in questo, oggi sono ancora nelle dirigenze PD (Bersani escluso): ma sembra che da tutto ciò siano quasi sollevati, come se gli avessero tolto un peso.
La storia sta travolgendo, partendo dal Nord Africa, tutti gli equilibrismi di opportunità delle sedie al potere, la crisi sta ignudando il carnevale della politica, la gente si sta riappropriando di ciò che gli spetta.

giovedì 19 maggio 2011

Inerzia

Ogni umanità dovrebbe essere deputata alla ricerca del più alto profilo della propria esistenza: invece, siamo tutti piccoli ripiegati in noi stessi e con poche ali a disposizione, spesso di cera. La fascinazione della perfezione ci ferisce e ci mortifica, lasciandoci inchiodati davanti a tale illusione. E alla televisione la nostra vita passa, beata di se stessa e giustificata da una notorietà immaginata ed ignotamente pericolosa. Perciò scansiamo le scomodità, ci rendiamo ridicoli davanti ad una piantina che nasce (e non lo riconosciamo), davanti ai nostri figli che nascono. E a pochi anni hanno già imparato a schernirsi della nostra pochezza genitoriale, ad abituarsi a percorrere la vita senza di noi, a brancolare nell’incertezza con il placito sostegno di ebbrezze artificiali ingurgitate e vissute con drammatica facilità. Lo sciame umano passa su questa Terra senza lasciare un segno che valga l’esistenza, generando progenie per inerzia: ma la fisica ha le sue leggi ed un moto inerte non ha più energia propulsiva. È destinato alla fine, ad uno stop, forse per un nuovo inizio. Forse.

martedì 10 maggio 2011

Meno male che Silvio c'è (stato)

E non è una gufata. È solo un’analisi retrospettiva fatta in un immaginifico futuro prossimo, ma senza date certe. I titoli da fantascienza spesso riportano l’anno, tipo “2045 – fuga da Arcore” (o giù di lì), ma in questo caso non è proprio possibile indicare dov’è lo striscione di arrivo. E nemmeno quanta e quale gente sarà a tifare nella volata finale. In questo crogiolo di metafore a capicollo, il centro del ragionamento è sempre lui: il cavalier Silvio Berlusconi. Chissà perché quando sento queste tre parole in fila (non poche volte), mi appare sempre, e dico sempre, il quadro di Napoleone sul suo cavallo rampante, solo che al posto del volto dipinto dell’Imperatore esiliato, c’è la testa del Silvio, un po’ come quando si sbuca col capoccione dall’ovale ritagliato dal compensato pitturato a guisa di uno sceriffo o di un torero e c’è il fotografo pronto a immortalare una delle immagini di cui ognuno di noi vorrà disfarsi dopo un annetto, divorato dal rimorso e dalla vergogna di aver trovato questo giochino di una qualche innocenza, accompagnato dallo stucchevole pensiero “l’hanno fatto in tanti… ma su, facciamolo che tutto sommato è divertente!”.
Meno male che Silvio c’è stato, si diceva. Guardiamoci un po’ intorno, magari anche negli occhi, noi italianetti del dopo-berlusconia: “Ma guarda il tuo viso! Non ti riconosco più, Paolo!” dice una casalinga (quasi un’umana rara in via di estinzione) al suo maritino: stupita ed attonita, non riesce a riconoscerlo, tanto è cambiato il suo punto di vista. Non se l’aspettava, la Giulia, un così brusco risveglio, un così potente e ondivago giramento di capo, frastornata dalla mancanza di sostegno alle sue certezze, o meglio alle sue  abitudini. Perché si sa, noi italiani siamo tra i migliori sulla Terra ad abituarsi a tutto. Perfino i telegiornalisti faticano a ritrovare nerbo e verve davanti alle telecamere dei loro telegiornali, schiacciati dal grigiore di una telepolitica che non sa più che pesci pigliare per stimolare teleelettori ormai in attesa di un nuovo telemessia. È un Requiem, un finale da preti tipo “la messa è finita. Andate in pace”. Le chiacchere da bar vertono unicamente sul calcio, anch’esso un po’ azzoppato dalla dipartita del noto Presidente rossonero, disteso e nullafacente sulle spiagge di Santa Lucia, tra gli abbracci solari della President Bay e gli abbracci ghiaccini di mulatte prezzolate. E i rubicondi avvoltoi della sinistra ridono in panciolle come dopo una strafogata romagnola a base di tortellini e cinghiale in umido, asciugandosi le labbra unte con un tovagliolo di cencio a quadri bianco e rossi, ricamati col nome dell’osteria. I terzopolisti ingrigiano la loro serietà per renderla ancor più seria e, secondo loro, perciò autorevole, cercando di stare stretti e uniti, “mica come quelli della sinistra che dopo la cena andranno a tramare nella notte, affilando i coltelli del tradimento” (i centristi hanno sempre un po’ il pensare da Bibbia in testa, che ci vuoi fare).
I polverosi lupanari dei mafiosi hanno le ragnatele e i pizzinni si sono trasferiti da tempo nelle banche di tutto il paradiso fiscale della volta celeste, trasformati in buon denaro riciclato ed esentasse, imbiancato da cenere da risucchio nasale, rinfrescato da pale girate da vento inquinato di tangenti, e sommerso dagli scarti immondi della nostra società buttati con disprezzo in abusive cave a cielo aperto.
A gettar così uno sguardo nel futuro, non sembrerebbe che senza il cavaliere si stia tanto bene (“si stava meglio quando si stava peggio!”). Eppure, a ben guardare, ci sono delle belle sorprese.
Intanto Berlusconi ha sdoganato e reso evidente una rivoluzione sessuale che si è consumata e si consuma in questi anni, cheta e a bassa intensità, ma di portata epocale. Un po’ come il movimento femminista che è riuscito a tirar su piante e coglier frutti dopo la sessantottina semina proprio nei nostri tempi, così gli hippy di quarant’anni fa hanno sedimentato il loro ardore ideologico nell’intimità del costume italico senza che questo nemmeno se ne rendesse conto, intento com’era a respingere come stuzzicanti quelle proposte e a bollarle come opera del demonio, lasciando in realtà che la luciferina goduria entrasse sotto le lenzuola della gente perbene. Basta guardare la nuova generazione, questa progenie debosciata eppure così disincantata verso il binomio sesso-amore, come verso il binomio eterosessuale-omosessuale. Questi ragazzi fanno e dicono di fare, alla facciazza dei cinquantenni, magari loro padri, figli dei fiori pentiti. Ed il buon Silvio, avendo una instancabile sindrome da Peter Pan, si è trovato subito a suo agio in queste nuove tendenze (omosessualità a parte, s’intende. O forse quella è ancora repressa? Che a Santa Lucia ci siano anche trans sotto mentite spoglie, opportunamente strette al bacino per fugare ogni sospetto del, per forma mentis, sospettoso Putin, anche lui anziano ospite di quell’ospizio per ricchi?).
Ma le ragguardevoli positività post-berluschine non si fermano qui. La gente, se la intervisti per strada, è come stanca. Non gli parlar più del berlusconismo perché ti vomitano addosso: è proprio che le loro cellule non ce la fanno più a reggere, le loro menti sono ormai in burn-out da qualunque argomento sfiori anche solo di un soffio l’ex beneamato: la videocrazia, il chi-ha-più-danari-comanda, il partito fondato da Pubblitalia, la Padania, le minorenni, i PM comunisti e perciò eversivi, lui piduista e perciò un eroe che ha tentato di portare la vera libertà in Italia, così come il suo stalliere, le barzellette, le corna nella foto, i kapò ancora fra noi, “uno spettro si aggira per l’Europa”, eccetera eccetera.
Ed è così che gli italiani si ritrovano anche un po’ più maturi, anche un tantino più civili, hanno perfino ritrovato il gusto allo studio e la voglia di realizzarsi attraverso il lavoro, si mettono in coda come novelli tedeschi, portano ai Carabinieri un portafoglio smarrito, i Carabinieri non se lo intascano, fanno tutti con diligenza la raccolta differenziata con almeno cinque trespoli di spazzatura per abitazione, rifiutano l’aiuto di un parente per essere assunti in Provincia (incredibile, eh! Trovarle ancora dopo tanto tempo…), protestano veementi verso i loro sindaci perché non hanno riempito il tetto della scuola di pannelli fotovoltaici, votano a tutte le consultazioni con una percentuale da far gridare alla dittatura del proletariato, trattengono a stento le lacrime alla commemorazione della morte di Alda Merini, applaudono con orgoglio quando la nostra nazionale della ricerca scientifica vince i campionati dei finanziamenti pubblici tra gli Stati europei, schiaffeggiano il malcapitato quando, con ingenua tranquillità, dice “tanto qua non cambierà niente”.
Che forse mi sia spinto troppo in là con la fantascienza?
È giunta l’ora: con un ghigno famelico mi richiudo come liberato nel mio sogno rivoluzionario.

sabato 30 aprile 2011

L’ANACRONISMO DEL PD ED IL FUTURO DI UNA EREDITA’ VIVA.

Matteo Renzi scalpita da tempo per togliere il piedistallo a quelle statue che raffigurano (o sono?) gli attuali dirigenti del suo partito. Per adesso si è fermato sul predellino di Firenze, da cui tirare frecciate più robuste e autorevoli verso i marmi di Carrara. La sua parlata strascicata incarna la voglia di rinnovamento di tanti sostenitori piddini, la necessità di facce nuove, di un nuovo capitolo nella storia del più grande (in senso numerico) partito della Sinistra italiana.
Tutto ciò è noto. Al momento, questo non ha scalfito di una virgola l’asset della nomenclatura della dirigenza PD. Ma cosa c’è dietro questa voglia di nuovo? Come mai sembra non bastare la fusione DS-Margherita, operata tra gli altri da chi poi è fuggito in fretta e furia (Rutelli) e da chi è stato affondato dalla sua stessa visione kennedyana, di fatto non approvata dai suoi elettori (Veltroni)?
Perché l’identità del PD torna ricorsivamente a tentare di incarnarsi in un leader che la costruisca, o meglio che ne assembli i pezzi per farla assomigliare, anche asetticamente, a qualcosa di vagamente umano piuttosto che ad un mostruoso, sebben più romantico, Frankenstein?
La risposta mi è suggerita da una delle consuetudini più catastrofiche della nostra società, nello specifico nell’ambito riguardante i rapporti di coppia. Avete presente due fidanzati tipo, da quattro o cinque anni insieme, da due conviventi e sull’orlo di un crisi di noia? Cosa fanno in molti casi per dare una soluzione a questo strascico snervante e ammorbante? Si sposano.
Ecco, i DS e la Margherita mi pare abbiano fatto lo stesso, innescando una nuova ulteriore faticosa indefessa marcia con il fango fino alla cintura, senza sapere neppure dove stavano andando.
In questo senso il PD non rappresenta proprio niente di nuovo, raffigurato su questo piano sociologico a forma di matrimonio. E proprio come ogni buon matrimonio all’italiana che si rispetti, non mancano gelosie, ceffoni, piccole punture per piccoli dolori vendicativi, sceneggiate, bugie, tradimenti, ecc.
Come in un reality show, questa quotidiana anacronistica commedia delle parti è sotto gli occhi di tutti. E, visto che non bastava, arrivano anche gli altri partiti della corazzata anti-premier per fare di tutto ciò una bella famiglia allargata, un’orgia di compromessi, faticosa quanto disomogenea e difficilmente vincente. Meno male che almeno una parte di questa armata Brancaleone sta tentando di creare il famigerato “Terzo Polo”, che sembra tanto il titolo di un romanzo di Ken Follett. E forse questa è la cosa davvero più innovativa degli ultimi dieci anni: scardinare il fasullo bipolarismo italiano, rompere ipocrisie e maschere elettorali ed avviare la costruzione di un soggetto di centro che non sembri un po’ destra, né un po’ sinistra. E, appunto, la Sinistra che fine farebbe? È certo che se il terzo polo decollasse, diversi piddini non avrebbero motivo di resistere ai richiami melliflui da sirena del buon Rutellone che da là tenderebbe mani, braccia e pinna.
Ma, come il divorzio per la coppia sopra descritta sarebbe un male foriero di due nuove vite potenzialmente migliori (non me ne voglia Giovanardi), così la Sinistra avrebbe davvero l’opportunità di darsi un’identità nuova, con buona pace di Renzi.
Un avvertimento però: la Sinistra non può lasciare le massicce e radicali eredità politiche vive di Enrico Berlinguer, prima e Tom Benetollo poi. Il nuovo e le nuove facce, le loro proposte, la loro agenda, i loro DNA politici devono nascere da lì: altrimenti è bene che si facciano da parte subito.
Nel frattempo, teniamo il lapis elettorale in una mano e con l’altra turiamoci il naso per non odorare questo groviglio di politicanti ficcatisi da soli nel cestino dell’organico per inseguire miopi e sterili convenienze personali o di rappresentanza.

martedì 26 aprile 2011

Trecento euro

Me ne stavo andando su un marciapiede in città, quando intercetto non volendo una chiacchera tra due signore: “.. e quindi mi ha detto che le analisi andavano bene, mi ha fatto un po’ di controlli e dopo tre quarti d’ora avevo già finito”. E l’altra: “Ah, meno male. Certo, ha fatto presto! Bisognerebbe che anch’io facessi un po’ di controlli… quanto ti prende a visita?”. Risposta:”Trecento euro”. L’altra:”Accipicchia! Mi sembra un po’troppo. Io non c’andrei… ma comunque fa bene, finché c’è chi glieli dà, fa bene!”.
Cammino per qualche metro per la mia strada, incurante di tutto ciò. Poi, d’improvviso, mi sorge un pensiero dallo stomaco, e mi fermo. No, non fa bene a chiedere trecento euro per una visita: quel dottore sbaglia, è bene dirselo. Non è eticamente giusto chiedere quella cifra per una visita: da un punto di vista opportunistico è perfettamente coerente, ma da quello etico no. E io da un dottore mi aspetto etica (e non solo da lui), perché sta lavorando per la mia salute. Da italiano, mi sono rotto le scatole di sentire giustificato qualunque comportamento egoistico come perfettamente tollerabile. Penso che sia solo un atteggiamento solidale fra italiani (e non) l’unica ancora di salvezza in questa catastrofe triviale che è la nostra società. Occorre esercitarsi a grattar via dalla nostra pelle quel marcio incrostato che è l’abitudine all’approfittarsi, al farsi gli affari propri in ogni modo e più lucrativamente possibile, alla mancanza di scrupoli. È un po’ come il pregare: è un esercizio all’introspezione, al dialogo spirituale, al concedersi del tempo per se stessi, per la propria crescita, per il proprio benessere, quello vero. Quanto quel dottore starebbe meglio, quel giorno che invece di intascare (magari esentasse) mille e duecento euro per quattro visite in mezza giornata, ne chiedesse cinquanta a visita (cioè molti) ritrovandosi davanti facce soddisfatte e grate, invece che contrite e tristi, perché forse un terzo del loro stipendio se lo sono “giocato” in nemmeno un’oretta?
Certamente questo dottore è solo un esempio: il suo comportamento è perfettamente rintracciabile in modalità, qualità e quantità diverse anche in molti di noi.
Un atteggiamento più leggero e meno attento al tornaconto in denari, sono convinto ci porterebbe ad un tornaconto in qualità di vita sicuramente più vantaggioso.
In lontananza, mentre scrivo queste ultime righe, le campane suonano a festa e mi sembra che approvino con un sorriso.

venerdì 15 aprile 2011

Amore

L’amore è un’attitudine curiosa, sia in senso passivo che in senso attivo. Mi spiego meglio: l’attitudine “amore” è curiosa perché si distingue da tutte le altre attitudini proprie dell’esistere per particolare incapacità razionale, abbondante interazione corporea a mezzo endorfinico, similarità con un certo effetto addolcente della marijuana. È un’attitudine curiosa anche perché vuole sempre indagare il bersaglio di Eros, non si accontenta mai di restare dov’è, nell’incertezza, nel limbo: o inferno o paradiso, quel che sia, sia. E già che ci siamo l’attitudine curiosa vuole sapere un po’ di più, vuole conoscere tutte le facce, gli specchi, gli inganni, gli entusiasmi. E in questo senso è un’attitudine curiosa attiva.
Ma questo anelare al raggiungimento dello stato di innamoramento dove ci porta? Le strade che imbocchiamo per questo scopo sono le più svariate dai risultati più diversi fra loro: si va dall’anima gemella alla più atroce non corrispondenza di intenti fra te e il potenziale amore della tua vita.
E in ogni caso, la maggior parte di noi, per discendenze culturali, quando ama l’altro, desidera anche l’altro, cioè l’altro diventa anche obiettivo di attaccamento, diventa un oggetto di desiderio.
Ma allora se un oggetto lo desidero, tento di entrarne in possesso. E il possesso è un esercizio di potere.
Accidenti! Ma perché sporcare la cosa più bella che ci resta a noi umani sciagurati con il possesso ed il potere? Ragioni culturali, appunto? Merita senz’altro cercare una risposta con un’introspezione individuale, profonda.
Riusciremo ad amare qualcuno senza la voglia di possederlo, di averne qualche pezzo in esclusiva?
Forse è un’utopia, ma un’utopia non è affatto irraggiungibile: è lontanissima ed infinita, ma il tenderci ci renderebbe, credo, gente migliore.

Cristalli di sole
mi spiegano le ali
imparo un amore
e mi scopro a volare.

(“Silenzio”, da “Appunti ai Naviganti – tra terra e mare” di Fabio Artigiani, Pascal Editrice, Siena, 2009)

mercoledì 13 aprile 2011

Possesso

“Le mie catene ti possiedono”, pensò Marco in un attimo di pura consapevolezza delle proprie debolezze. Adele, la sua fidanzata, lo guardava con quell’aria a metà, tipica sua, che la rendeva più indecifrabile di una Monna Lisa. Ma lui non accennava a dare risposta, non voleva rivelarle il suo pensiero.
Perché? Proviamo a cercare di scoprire perché Marco non vuole dire alla sua fidanzata Adele “le mie catene ti possiedono”. E cosa vuole dire questo pensiero?
Come reagirebbe Adele a questa frase? Beh, probabilmente lei, da buon spirito libero, avrebbe dapprima un senso di fastidio, poiché sentirsi posseduta da qualcuno non le piace proprio, figuriamoci dalle catene di qualcuno! E cosa sono queste catene pensate da Marco come una sorta di tentacoli che, dotati di vita propria, avvinghiano Adele in una stretta morbosa?
Marco avanzò verso di lei. La strinse forte come si fa con un pupazzo di pezza quando, da bambini, sentiamo il temporale da sotto le coperte. È come se le chiedesse di aiutarlo. Adele lo spinse via, sentendo che qualcosa di quell’abbraccio non le apparteneva, che non c’era una spontanea comunicazione affettiva ma qualcosa a lei sconosciuto.
Marco s’infilò i suoi occhiali da sole e sparì sgommando con il suo SUV.
Spinse l’acceleratore in maniera inconsueta, affondando il pedale nella sua ferita. La velocità ed il rischio gli facevano sentire come un riappropriarsi della vita, come una pasticca che ti culla, che ti fa sentire di esserci: se rischio la vita, allora vuol dire che vivo.
Più Adele gli sfuggiva al controllo, più lui la desiderava; sentiva quelle piccole ferite come un segno di forza di Adele, come una madre che ti schiaffeggia per rammentarti “tu sei mio!”.
Miracolosamente illeso (e con lui gli astanti momentanei contingenti alla sua fuga a tutta velocità), scese dall’auto, in mezzo ad una spiaggia e si piazzò davanti al mare.
Come un imperatore, respirò il sale che il suo orizzonte produceva e si sentì di nuovo il potente creatore del suo destino. Mentre lui guardava il sole a picco sul mare infrangersi e diluirsi in una macchia arancione come il fuoco, una lente oscurata lo proteggeva dai raggi UV, lo proteggeva da una visione troppo chiara di se stesso: quel pensiero avuto all’inizio aveva tutte le intenzioni di spingersi più in là, ma Marco, o la mente di Marco, non lo permise. Almeno per un po’.

giovedì 31 marzo 2011

Pacco bomba a Livorno: vergogna.

"Ecco i risultati del clima di odio contro il governo e le istituzioni: il terrorismo rialza la testa e si fa sentire con un pacco bomba alla caserma della Folgore, colpendo giovani che sono in prima linea in Italia e nel mondo nella battaglia per la libertà". A sostenerlo è il sottosegretario alla Giustizia Elisabetta Alberti Casellati che, in una nota, avverte: "O ci si ferma subito o il nostro Paese rischia di scivolare verso una deriva pericolosissima, di cui saranno responsabili tutti coloro che, non riuscendo a vincere alle urne, cercano di abbattere il governo voluto dal popolo con insulti, bugie e attacchi giudiziari" (dali sito di Repubblica.it del 31-03-2011).
Vergogna. Per chi, vigliaccamente, ha consegnato un plico esplosivo per proporre criminalmente una propria idea. Per chi, cinicamente, ci si butta a pesce per strumentalizzare una disgrazia a fini politici.
Fate schifo, sappiatelo, sentitelo, odoratelo.

sabato 26 marzo 2011

La pappa in capo

L’Italia, dopo la sbornia del 150° anniversario della sua nascita, è bene che si ridimensioni a quella che è. Ci hanno raccontato fin dalle elementari che noi siamo una della più forti nazioni al mondo (allora la settima potenza industriale); negli anni ’60 abbiamo vissuto un boom economico straordinario e gli italiani hanno cominciati ad arricchirsi, dopo i magri anni della guerra.
Ed oggi, cosa siamo? Chi siamo? Ad una rapida ascesa nelle accumulazioni di capitali, non c’è stata un’altrettanto rapida ascesa culturale: ma nemmeno lontanamente. Chi un minimo ha viaggiato in Europa anche solo come turista lo può sapere: non c’è il ben ché minimo paragone con stati a noi vicini come Francia, Germania, Inghilterra e finanche la Spagna. E la cultura non si misura solo con  musei, chiese, monumenti, architetture, produzioni letterarie, ecc., ma soprattutto con la capacità dei cittadini di discernere tra il bene ed il male  per la collettività, con la capacità di essere liberi e di far rispettare questa condizione nel tempo, con la capacità di difendere senza indugio alcuno la propria dignità come popolo, come identità culturale, come persona.
Secondo voi, noi come siamo messi? Davvero pensate che i vostri danari bastino a comprare la vostra dignità? No, serve la cultura, nient’altro.
Mi ricordo un mio vecchio professore di disegno che avevo in prima superiore, all’Istituto Tecnico, vicino alla pensione. Era di quelli che ti faceva ancora alzare in piedi quando entrava e potevi sederti solo quando lui, da dietro la cattedra, dopo essersi tolto il cappello, aveva guardato negli occhi ognuno di noi, accomodandosi poi sulla sedia. Un giorno, alla fine di una lezione, durante un piccolo dibattito avvenuto in aula ci disse: “Ricordatevi di studiare e di approfondire la vostra cultura, perché è solo con la cultura che non riusciranno a mangiarvi la pappa in capo”.
I comunisti in Italia c’hanno messo vent’anni per credere che quello che accadeva nella Russia del “sol levante” non erano balle, ma la verità. Oggi, quanto ci metteremo a capire che il narcisista Silvio Berlusconi ha davvero mangiato e mangia la “pappa in capo” a milioni di italiani?

domenica 20 marzo 2011

Moderni Kamikaze

Coloro che stanno attorno ai reattori nucleari esplosi per tentare di spegnerli, sono come moderni kamikaze. Si gettano in picchiata verso la morte, per la patria, per la gente. Le radiazioni che si prendono oggi con tutta probabilità li uccideranno domani. Al grido di “banzai!” stanno cercando il modo più veloce per porre fine alle emissioni radioattive.
Coloro che hanno provato a liberare la Libia dalla stretta strangolatrice di Gheddafi, da ribelli, sono come moderni kamikaze. Hanno combattuto sapendo di soccombere senza un aiuto esterno: hanno sperato e sono morti, provando a portare la libertà, concedendo in dote il proprio corpo, un po’ come certe signorine dalle nostre parti. Ma qui il denaro non c’entra niente.
Qual è il comune denominatore dei kamikaze? Qual è l’etica dei tuffatori suicidi? E come mai non suscitano quell’ammirazione mondiale che ci si aspetterebbe in gran quantità?
Perché gli specchi talvolta fanno male. Le nostre vite si riflettono nel loro agire e ci fanno sentire piccoli, anche un po’ spauriti, disarmati, sorpresi. E forse qualcuno non ha gli strumenti per riuscire a guardarsi negli occhi attraverso quegli specchi: il coraggio s’impara, infatti, solo nel buio delle nostre paure, esplorandole, vivendole.

venerdì 18 marzo 2011

Cuori nucleari

Non credo ci sia della noncuranza dietro la decisione di rischiare le vite di migliaia di persone pur di far fruttare denaro con delle centrali nucleari obsolete. Non è possibile che i detentori del potere non sapessero della gravità della decisione che stavano prendendo. Forse è codardia, oppure l’incapacità di andare contro forti e stringenti interessi economici, come se questo fosse il peggiore incubo che una mente umana possa affrontare nel suo profondo. Credo piuttosto che sia una dipendenza dall’accumulare denaro e potere. E la dipendenza è talmente alta che tali personaggi non hanno la forza di contraddirla, di vincerla, di fare uno scatto decisivo di amor proprio. Già, “l’amor proprio”… essenziale per avere amore per gli altri. E l’amore per gli altri è essenziale per chi siede in posti di potere che, in teoria, sono il luogo delle decisioni nel nome e nel bene della collettività.
Chissà come si sente il premier giapponese, adesso, e tutti quei funzionari custodi del denaro che siedono sulle poltrone di grandi aziende di energia elettrica? Proviamo ad entrare nelle loro scarpe: quale aridità glaciale dovremmo sopportare? Il nostro cuore reggerebbe? Quale reale disperazione del vivere, o meglio del sopravvivere alle proprie debolezze?
Non odio, per favore: le guerre di frontiera tra buoni e cattivi lasciamole fare a loro.
Rinchiudiamoci nelle nostre quotidianità amorose, salvaguardiamole come le più importanti fonti di energia: se esplodessero i nostri cuori nucleari, sarebbe davvero la fine della nostra civiltà.